LA STANZA  di  ILARIO MANTELLINI
  

Ilario Mantellini
   

LETTERA MAI SPEDITA N. 248

 

Carissima moglie, cara Gocciolina d’oro,

prima di tutto voglio rassicurarvi  sulla mia salute. Da quando ci hanno distribuito maglie dalle maniche lunghe e mutandoni felpati le cose vanno meglio. Supererò anche questo inverno.

È stata una notte tremenda quella appena passata. Hanno colpito quartieri di civili abitazioni, di gente borghese e benestante, lontani da qualunque obbiettivo militare.

Molti dicono che lo fanno apposta per fiaccare il morale degli abitanti. Non pochi invece che i piloti scaricano dove capita per sfuggire alla contraerea e tornare indenni.

All’alba ci hanno distribuito un pezzo di pane nero e una salsiccia e ci hanno caricato sul nostro vecchio Opel: «Mangiate durante il tragitto, poi non ci saranno pause» ci hanno ordinato.

Lungo il tragitto le solite scene. Gente in fila ordinata di fronte alle panetterie che, non so per quale miracolo, riescono a sfornare il pane. Squadre di anziani, donne, uomini, che con badili e ramazze vanno non so dove a prestare il loro aiuto, silenziosi, consapevoli.

Ti accorgi di essere vicino al disastro quando incontri i cordoni della Feldgendarmerie, le autopompe, le ambulanze.

Poi vedi i crolli, passi lentamente davanti a palazzi divorati dalle fiamme. Transita gente stralunata, ma sempre composta. Non pochi si soffermano davanti alle salme allineate sui marciapiedi.

La mia squadra è penetrata nel sotterraneo di un palazzo crollato sotto le bombe.

Subito in un sottoscala abbiamo trovato due corpi: un’anziana morta per le ferite è stata trasportata all’aperto da due ucraini, prigionieri di guerra come me. Io ho raccolto il corpicino di una bimbetta, otto o nove anni. Non aveva ferite. Forse era morta per lo spostamento d’aria.

Non pesava nulla. Alla luce del giorno ho potuto scorgere il suo visino tedesco dai tratti regolari, con un bel nasino e una bocca sottile. Solo che la polvere dei calcinacci lo aveva ricoperto con una maschera sottile. Come una cipria oscena.

Dunque un visino di pietra grigia: grigie le gote, grigie le palpebre e le ciglia.

I capelli invece, un po’ più sopra l’attaccatura conservavano il loro biondo di canapa, dolcemente ondulato.

Non so dirvi perché mi è venuto in mente di liberarlo dalla polvere, di restituirgli il suo aspetto naturale sia pure nel pallore della morte. Col fazzoletto e l’acqua della borraccia ho liberato prima le guance, poi gli occhi chiusi in un dolce sonno infantile, poi la bocca, il padiglione sottile delle orecchie.

Da ultimo, all’anulare, ho restituito alla luce lo splendore di un anellino d’oro a forma di chiocciolina con una perlina rossa, tutta consumata, al centro.

Consapevole che attardandomi avrei compromesso il lavoro di squadra e per questo sarei stato punito. Ho continuato.

A un tratto ho sentito incombere su di me un soldato della scorta.

Mi attendevo il solito colpo col calcio del fucile sulla schiena con le solite

grida screanzate di rinforzo.

Ho detto: «Un momento solo, ho finito».

Era davvero bellissima, la mia piccolina. Un angelo biondo…

Meni pure il satanasso: io però voglio dare un ultimo saluto a quel visino! Con un cappotto che la piccola aveva accanto, piuttosto lungo per la sua età (forse anche qui si usa comprare abiti sopra misura per i piccoli che crescono) ho potuto coprirla dalla sommità del capo fin sotto le ginocchia. Gliel’ho anche rimboccato ai lati.

Quando mi sono levato, il marcantonio mi ha chiesto: «Hai figli?».

«Sì, una bambina di due anni».

«Anch’io. Ne ho due. Zwei» ha ribadito tendendo due dita.

Con voce di pace ha soggiunto: «Andiamo».

Carissime, vi scriverò anche domani, se Dio vorrà.

Tutti i baci che anche oggi vi mando, ve li darò quando sarò tornato a casa.

Spero presto. Ci vorrà molto tempo per darveli tutti.

Il tuo affezionato marito, cara moglie. Il tuo babbo che non hai ancora visto, cara Gocciolina d’oro.

Marco


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