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Tripoli, Luglio 1958.
Le estati
tripoline erano generalmente roventi tanto che spesse volte, specie
nel pomeriggio, la temperatura andava oltre i 40 gradi all’ombra. Il
caldo era così umido da sentire la necessità di rinfrescarsi con
continue docce e così spossante che, per recuperare l’energie, la
cosa migliore era cercare rifugio nella pennichella pomeridiana. Mio
padre, dopopranzo, faceva un breve riposino e poi ritornava con la
sua bicicletta al suo faticoso lavoro di fabbro nella sua officina
di fronte allo Stadio, non lontano da casa nostra. Questa era
ubicata in Via Manfredo Camperio al n. 10, una strada perpendicolare
a Corso Sicilia (poi Giaddat Omar el Muktar), che era un lungo
viale che andava dal centro città, in Piazza Italia fino alla zona
del Lido Vecchio. Dopo aver aiutato mia madre a sparecchiare la
tavola e alcune volte a riordinare la cucina, me ne tornavo nella
mia stanza a leggere e a riposare. La finestra della mia camera era
rivolta a ovest, così durante le ore pomeridiane era battuta da un
sole così cocente che diventava caldissima. A casa nostra non
avevamo un impianto ad aria condizionata, perciò per rendere più
fresco l’ambiente usavo una tecnica rudimentale ma efficace che
avevo imparato da mia madre. Serravo fino in fondo la tapparella
avvolgibile della finestra, cercando di lasciare il minimo spazio
possibile alle fessure, poi, aiutandomi con delle mollette,
appendevo un lenzuolo umido d’acqua all’interno della finestra e
azionavo un piccolo ventilatore elettrico, puntandolo in direzione
del lenzuolo. Il ventilatore muoveva l’aria, la spingeva contro il
lenzuolo umido, che la restituiva piacevolmente fresca all’ambiente.
Accendevo la luce del faretto appoggiato sul mio comodino e mi
sdraiavo comodamente sul letto per dedicarmi alla lettura dei miei
libri preferiti o del giornale locale. In quel periodo c’era un solo
quotidiano tripolino, scritto in lingua italiana, “ Il Giornale di
Tripoli”, che era composto di sole quattro pagine. Nella prima
pagina c’erano le notizie politiche locali e internazionali. Nella
seconda la cronaca locale ed i necrologi. Nella terza
c’erano alcune notizie d’attualità ricavate dai quotidiani italiani,
inserzioni economiche ed i programmi dei cinema locali. Nella quarta
ed ultima pagina lo sport. Nel 1958, l’anno del mio decimo
compleanno, avevo finito di frequentare la quinta elementare,
sezione A, presso l’Istituto dei Fratelli Cristiani, con Fratello
Amedeo come maestro, ed ero stato da poco promosso in prima media.
Fratello Amedeo, che era un bravissimo insegnante forse un po’
burbero ma tanto buono d’animo, mi aveva dato i giusti stimoli
(…sic!) perché imparassi a leggere con sicurezza.
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Quarta fila in alto da sinistra : Gennaro Giglio, Piero Provenzano, Enrico De Fabianis, Pino
Scuola, Eminian Alberto, Biagio Bonafede, Gianni
Fakhouri, Giorgio Gasparri, Alojzy Wegrzynek
Terza fila da sinistra: Ennio Fortini, Vincenzo Minna, Emanuele Pani, Potito Colucelli,
Stefano Cavazzini, Tonino Virone, Marcello Vacca, Giancarlo
Biscari, Pierino Scarpellini (defunto)
Seconda fila da sinistra: Domenico Ernandes, Graziano Drago, Silvano Angelini, Guido Taliana,
Carlo Dal Molin (defunto), Massimo De Paolis,
Marcello Scerrino, Francesco Grasso, Vito Montalto
Prima
fila da sinistra: Francesco Catalano, Giancarlo
Della Valle, Claudio Salvadori, Antonio Poma,
Bartolo Carbone, Michelino Volteras, Giacomo
Augugliaro, Claudio Romagnoli, Giacomo Anastasi e
Fr. Amedeo (Bartolomeo Cavaglià) |
Generalmente dopo meno di un’ora di
lettura perdevo la concentrazione e lentamente mi addormentavo, ma
c’erano alcuni periodi in cui cercavo a tutti i costi di restare
sveglio. Il motivo era che aspettavo con impazienza di ascoltare
alla radio l’inizio della cronaca delle tappe del Giro d’Italia
oppure del Tour de France. In casa avevamo una gigantesca radio
”Marelli” , color radica, che troneggiava in un angolo della mia
camera, appoggiata su un solido tavolino.
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| Una Radiomarelli |
L’accendevo, cercando di tenere il
volume più basso possibile per non svegliare mia madre che riposava
nella camera accanto. Giravo lentamente la manopola per trovare, fra
le tante stazioni locali ed internazionali, quella italiana ad onde
medie, che trasmetteva la cronaca della tappa. Non era facile
sintonizzarsi subito, molte volte la calda voce del radiocronista
italiano giungeva disturbata dalle fastidiose interferenze delle
altre numerose stazioni.
Nel centro della mia camera il
pavimento era stato rivestito per ragioni decorative di alcune
piastrelle gialle e quadrate (venti per venti centimetri), fissate
in maniera da formare un anello rettangolare. Utilizzavo questo
rettangolo come uno pseudovelodromo su cui giocare, muovendo i tappi
per le mie immaginarie sfide ciclistiche. Combinavo queste sfide
scrivendo su ciascun tappo un nome preso in prestito tra i campioni
del ciclismo internazionale e tra i corridori tripolini più
conosciuti. Da una parte erano schierati Gaul, Nencini, Bobet,
Riviere, Baldini, Anquetil, Bahamontes e dall’altra
Rovecchio, Meilak, Cenghialta, Cason, Perrotta, Gobbi, Zintani. I
tappi, con i bordi zigrinati, erano quelli delle bottiglie delle
bevande tripoline: Mirinda, Fanta, Sinalco, Kitti Cola, Pepsi Cola,
Seven Up, Birra Oea.
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| Antonio Meilak |
L’episodio che vi voglio raccontare
e di cui ricordo ancora bene la dinamica accadeva in Corso Sicilia,
vicino a casa mia in Via Camperio, durante uno di quei caldi
pomeriggi estivi di cinquanta anni fa’, dopo aver ascoltato la
radiocronaca di una tappa del Tour de France, dopo aver finito di
giocare con i miei tappi e dopo che ero già stato sotto doccia per
rinfrescarmi. Erano circa le sei e trenta e faceva ancora caldo.
Mia madre si era accorta che mancava il pane per la cena e con ciò
era sottinteso che era mia compito andarlo a comprare. Guardando
l’orologio avevo calcolato di avere ancora a mia disposizione più di
un’ora di tempo per fare la commissione e tornare a casa per l’ora
di cena, prima che arrivasse mio padre dal lavoro. Compravamo il
pane in un negozio di generi alimentari, che dava su Corso Sicilia,
distante non più di 200 metri in linea d’aria da casa mia. Il
negozio era gestito da Giuseppe Moschetti, uno scapolo
trentacinquenne, di origine calabrese. Accanto al suo negozio,
proprio all’angolo di Corso Sicilia con Via Manfredo Camperio,
c’era il bar mescita di Michele Gaudio. Michele era emigrato in
Libia negli anni ’20 ed aveva lasciato il suo paese natio in
Calabria, in cerca di maggiori opportunità e con il suo onesto
lavoro si era formato una famiglia. Con Michele era facile fare
amicizia, era una persona semplice e buona. Entravo spesso nel suo
bar per comprarmi una fresca bottiglia di “gazzosa”, una bibita
incolore, simile all’acqua tonica, che a me piaceva molto per il suo
gusto dolce e frizzante oppure per acquistare dei gustosissimi
cioccolatini alla nocciola di forma rettangolare, rivestite di carta
dorata con le figurine da collezione da attaccare all’album. Altre
volte quando il bar era vuoto mi fermavo solo per scambiare due
chiacchiere con lui. Il suo bar aveva un arredo modesto, ma curato.
A tre metri dall’ingresso c’era un bancone che lo separava dal
pubblico. Sulle pareti dietro il bancone erano fissate al muro
delle robuste scaffalature di legno, colme di bottiglie, divise
ordinatamente per tipo. C’erano esposte diverse bottiglie di vino,
birra, liquori con etichette colorate e bibite di vari tipi.
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| Michele Gaudio |
All’esterno del bar, dalla parte di
Via Camperio, vicino alla fermata dell’autobus, c’era Giuma, un
giovane ragazzo libico alto e magro di circa quindici anni, che
durante l’estate si guadagnava da vivere abbrustolendo all’aperto,
riparato da un ombrellone, pannocchie di mais, che i libici
chiamavano sbule. Giuma, come molti altri amici libici che
abitavano nella nostra zona, capiva e parlava l’italiano e mi era
simpatico per il suo modo di fare e di sorridere. Stava seduto su un
piccolo sgabello ed aveva accanto a sè una “coffa”, una cesta dove
teneva la sua scorta di pannocchie ancora da arrostire. I suoi
arnesi da lavoro erano una grossa padella bucherellata, un po’ di
carbonella, alcuni trucioli di legno, fiammiferi ed un secchio colmo
d’acqua per pulirsi le mani. Abbrustolite le sbule, le avvolgeva
dentro le foglie fresche della pannocchie per non scottarsi le mani
e poi le vendeva al pubblico al prezzo di una piastra cadauna.
Dall’altro lato di Corso Sicilia, a
circa cento metri dalla strada, c’erano ancora i vecchi binari
inutilizzati della ferrovia che un tempo univano la stazione
ferroviaria di Tripoli a quella di Zuara. Quel pomeriggio Giuseppe
Moschetti era seduto su una panca addossata al muro del suo negozio
in attesa di clienti. Con lui, seduti sulla stessa panca, c’erano
Corrado Salemi e Giacomo Cannucci. Conoscevo bene sia Corrado sia
Giacomo, che abitavano entrambi in Via Camperio, quasi di fronte a
casa mia. Corrado, appena sedicenne, frequentava l’Istituto Tecnico
per geometri in Via Lazio ed era considerato un ottimo giocatore di
pallacanestro, tanto che, pur così giovane, militava come titolare
in una squadra tripolina di serie B. I suoi compagni di squadra lo
avevano soprannominato “Plastic” per la sua bravura nei rimbalzi
sotto canestro.
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| Corrado Salemi |
Giacomo Cannucci, quarantenne,
originario della Sicilia, con la sua faccia cotta dal sole e dal
mare, era un pescatore, ma lui si definiva un “tonnaroto”, cioè un
pescatore di tonni. Aveva lavorato per vari anni alle dipendenze
della contessa Ricotti, proprietaria della tonnara di Zavia, a
quaranta chilometri ad ovest di Tripoli. Giacomo parlava spesso di
tonni e di tonnare, con uno spiccato accento siciliano. Anche allora
io avevo un grande interesse per gli argomenti di mare e, visto che
mi era rimasto ancora un po’ di tempo a disposizione prima di
tornare a casa per la cena, mi ero unito al gruppo per ascoltarlo
mentre spiegava che cos’era la tonnara.
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Giacomo Cannucci |
Ho imparato da lui che la
tonnara non è altro che una rete per catturare i tonni, formata da
tante camere, come un labirinto. Questa rete è fissata a dei
manicotti di ancore galleggianti a forma cilindrica. I tonni, una
volta entrati dentro la rete, vanno istintivamente in cerca d'acque
calde e più salate per riprodursi, passando da una camera all’altra,
da cui non riescono a uscire, fino ad arrivare nell’ultima camera
, la famosa e spietata “ camera della morte”. Solo il “raìs”, il
capo dei tonnaroti, può decidere quando è il momento d’iniziare la
mattanza e questo avviene solo quando lui ritiene che l’ultima
camera è abbastanza piena di tonni. Da quel momento la pesca ha
inizio, i tonnaroti arpionano i tonni con uncini, caricandoli sulle
loro imbarcazioni e il sangue dei tonni tinge di rosso tutto il
mare circostante. La parola mattanza deriva dallo spagnolo
“matanza”, che significa massacro.
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| Una mattanza |
Giacomo, con una voce flemmatica e
resa roca dal fumo delle sue sigarette, continuava a parlare di
tonni mentre tutto attorno l’aria profumava del buon aroma del mais
abbrustolito ed un pò bruciacchiato. Giuseppe Moschetti mi aveva già
servito il filoncino di pane, che io tenevo in mano. Ogni tanto davo
un’occhiata al mio orologio per controllare se era giunta l’ora di
tornarmene a casa. Era da poco passate le sette e nel bar di Michele
stazionavano ancora alcuni avventori libici, che conversavano
allegramente, brindando a non so cosa con un bicchierino di “buha”,
una bevanda alcolica simile all’anisetta, fatta a base di
anice verde. Altri clienti tenevano in mano bicchieri di vino o di
birra.
Il boom del petrolio libico era
scoppiato solo da un paio di anni. Alcune compagnie petrolifere, in
maggioranza americane, inglesi e francesi, che avevano iniziato a
trivellare il petrolio dei loro giacimenti nel deserto libico,
avevano aperto per loro comodità molti uffici amministrativi
proprio nel centro di Tripoli. A quella ora in quella zona di Corso
Sicilia c’era un discreto traffico formato per lo più da macchine
dei dipendenti di queste compagnie petrolifere che usciti dai loro
uffici del centro città si dirigevano ad ovest, verso la zona verde
di Giorginpopoli, dove la maggior parte aveva la propria dimora. Il
villaggio di Giorginpoli (il cui nome pare fosse stato dato dalla
famiglia italiana Giorgini, una delle prime a giungere in Libia
attorno al 1912), era una zona periferica di Tripoli che distava a
circa 5 chilometri dal centro città. Con la nuova ricchezza
economica derivata dalla scoperta del petrolio libico, Giorginpopoli
si era ingrandita velocemente. Malgrado fosse carente di molte
infrastrutture e molte strade non fossero state ancora asfaltate,
Giorginpopoli era diventata in poco tempo una zona residenziale di
lusso. Nel giro di poco tempo erano state costruite tante belle
villette unifamiliari, tutte circondate dal proprio giardino. Il
costo delle villette era salito in maniera così vertiginosa che solo
le famiglie locali benestanti o quelle dei manager stranieri di
queste compagnie petrolifere potevano permettersi.
Giacomo era ancora intento a parlare
di tonni, ma improvvisamente si era zittito e si era messo a
guardare in direzione della strada. Anch’io, che davo le spalle alla
strada, mi ero voltato incuriosito per capire il motivo della sua
interruzione. Uno dei clienti che avevo visto brindare in
precedenza, di corporatura media, dai capelli grigi, era appena
uscito dal bar di Michele con passo barcollante e si era diretto sul
bordo del marciapiede di Corso Sicilia come se volesse attraversare
il viale per andare sul lato opposto verso la ferrovia. Questi
camminava incerto sulle gambe, dando l’impressione di avere la mente
annebbiata dall’alcool, forse per aver bevuto qualche bicchierino
di “buha” di troppo. Avventatamente, senza curarsi di guardare in
entrambe le direzioni, aveva iniziato ad attraversare il viale in un
punto in cui non c’erano strisce pedonali. Barcollando era arrivato
al centro della strada, poi si era fermato indeciso se tornare
indietro. Quell’attimo d'indecisione gli fu fatale!
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| L'incidente - all'incrocio tra Via
Camperio e Corso Sicilia |
In quel momento stava arrivando dal
centro città una di quelle voluminose vetture americane, tipiche
degli anni cinquanta, di color nero, che si dirigeva in direzione
ovest verso Giorginpopoli. L’impatto tra la macchina ed il povero
disgraziato era stato violento ed il conducente aveva cominciato a
frenare solo dopo averlo investito. Il corpo si era sollevato in
aria come un fuscello e si era accasciato inerte dieci metri più
avanti sull’altro bordo dell’asfalto, sul lato della ferrovia.
Giacomo Cannucci e Giuseppe Moschetti guardavano la scena
sbigottiti; Michele Gaudio, forse dopo aver sentito il colpo, era
uscito dal bar insieme con alcuni avventori per vedere cos’era
successo. Io ero immobile, quasi paralizzato dalla paura. Era la
prima volta che assistevo ad un incidente di quel tipo ed ero
spaventato. Corrado Salemi, quasi d’impulso, insieme ad altri due
avventori del bar, si era messo a correre verso quel corpo che
giaceva ancora inerte sull'asfalto, forse nella speranza di poterlo
soccorrere. La vettura nera, che aveva investito l’uomo, aveva
rallentato la sua corsa e si era fermata un centinaio di metri più
avanti. Un uomo tarchiato, di carnagione bianca, dai capelli chiari,
tagliati corti, era sceso dall’auto, si era fermato, come atterrito
da quello che era accaduto ed ancora indeciso su cosa fare.
Probabilmente doveva essere un tecnico di una compagnia petrolifera
straniera che, finito il suo orario di lavoro, si stava dirigendo
nella sua casa a Giorginpopoli. Corrado era nel frattempo tornato da
noi e scuoteva mestamente la testa, facendoci capire che
l’investito era già morto. Alcuni libici, che avevano assistito alla
scena dell’incidente, si dirigevano vocianti e minacciosi verso
l’investitore straniero, mentre altri, meno agitati, intervenivano
in sua difesa per salvarlo da un probabile linciaggio.
Fortunatamente sul luogo
dell’incidente era subito giunta una “land-rover” della polizia
libica da cui erano scesi quattro poliziotti, due di questi avevano
preso in consegna l’investitore e lo scortavano sulla camionetta per
interrogarlo. La sua unica scusante era che al momento
dell’incidente aveva il sole contro. Un terzo poliziotto, con un
fischietto, bloccava il traffico tanto che si erano formate due
lunghe file di macchine in entrambi i sensi, mentre l’altro
poliziotto aveva iniziato a fare la perizia dell’incidente misurando
la lunghezza della traccia della frenata lasciata sull’asfalto dalle
ruote della macchina investitrice. Intanto, a velocità sostenuta e a
sirene spiegate, era giunta un’ambulanza e si era fermata vicino al
corpo inanimato. Tre uomini erano scesi dal portellone posteriore,
probabilmente due ausiliari ed un medico. Dopo la constatazione del
decesso, il corpo era stato adagiato su una lettiga e fatto salire
sull’ambulanza, che era poi ripartita lentamente e senza sirene. Io,
ancora confuso e spaventato, guardavo la scena con il mio filoncino
di pane sotto il braccio e sentivo che qualcuno mi stava stringendo
la mano. Era mia madre, che era accorsa, preoccupata per la mia
lunga assenza e per aver visto dalla finestra di casa tutta quella
ressa di gente lungo il viale. Il sole era quasi tramontato, visto
che non c’era più niente da vedere la folla dei curiosi cominciava
ormai a diradarsi. Giuseppe Moschetti era rientrato nel suo negozio,
Michele era tornato dietro il bancone a servire i suoi clienti
mentre altri avventori fuori dal bar continuavano a discutere
animatamente sull’incidente. Giuma seguitava tranquillamente ad
abbrustolire le sue sbule, Giacomo e Corrado, entrambi avviliti,
rincasavano parlando a bassa voce. Mia madre, ancora in silenzio,
mi stringeva la mano ed in fondo a Via Camperio vedevo mio padre
che se ne tornava serenamente a casa dal lavoro con la sua
bicicletta, probabilmente ignaro di quanto accaduto. Il giorno dopo
sulla pagina della cronaca del Giornale di Tripoli c’era l’articolo
che si riferiva a questo incidente e diceva che il libico deceduto,
aveva 40 anni ed era padre di cinque figli mentre il conducente
dell’auto, un ingegnere di una famosa compagnia petrolifera
americana, era stato arrestato ed condotto, in attesa di giudizio,
nel carcere di Castel Benito accanto all’aeroporto di Tripoli. Non
sono mai riuscito a sapere quanto tempo quell’ingegnere americano rimase
chiuso in cella prima di essere scarcerato e non so neppure come
quei poveri ragazzi rimasti orfani riuscirono a cavarsela da soli.
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