L'incidente

Un caldo pomeriggio estivo di cinquanta anni fa’

Pubblicato sul notiziario l'OASI n.2/2008 pag. 36

Tripoli, Luglio 1958.

Le estati tripoline erano generalmente roventi tanto che spesse volte, specie nel pomeriggio, la temperatura andava oltre i 40 gradi all’ombra. Il  caldo era così umido da sentire la necessità di rinfrescarsi con continue docce e così spossante che, per recuperare l’energie, la cosa migliore era cercare rifugio nella pennichella pomeridiana. Mio padre, dopopranzo, faceva un breve riposino e poi ritornava con la sua bicicletta al suo faticoso lavoro di fabbro nella sua officina di fronte allo Stadio, non lontano da casa nostra. Questa era ubicata in Via Manfredo Camperio al n. 10, una strada perpendicolare a  Corso Sicilia (poi Giaddat Omar el Muktar), che era un lungo viale che andava dal centro città, in Piazza Italia fino alla zona del Lido Vecchio. Dopo aver aiutato mia madre a sparecchiare la tavola e  alcune volte a riordinare la cucina, me ne tornavo nella mia stanza a leggere e a riposare. La finestra della mia camera era rivolta a ovest, così durante le ore pomeridiane era battuta da un sole  così cocente che diventava caldissima. A casa nostra non avevamo un impianto ad aria condizionata, perciò per rendere più fresco l’ambiente usavo una tecnica rudimentale ma efficace che avevo imparato da mia madre. Serravo fino in fondo la tapparella avvolgibile della finestra, cercando di lasciare il minimo spazio possibile alle fessure, poi, aiutandomi con delle mollette, appendevo un lenzuolo umido d’acqua all’interno della finestra e azionavo un piccolo ventilatore elettrico, puntandolo in direzione del lenzuolo. Il ventilatore muoveva l’aria, la spingeva contro il lenzuolo umido, che la restituiva piacevolmente fresca all’ambiente. Accendevo la luce del faretto appoggiato sul mio comodino e mi sdraiavo comodamente sul letto per dedicarmi alla lettura dei miei libri preferiti o del giornale locale. In quel periodo c’era un solo quotidiano tripolino, scritto in lingua italiana, “ Il Giornale di Tripoli”, che era composto di sole quattro pagine. Nella prima pagina c’erano le notizie politiche locali e internazionali. Nella seconda la  cronaca locale ed i necrologi. Nella terza c’erano alcune notizie d’attualità ricavate dai quotidiani italiani, inserzioni economiche ed i programmi dei cinema locali. Nella quarta ed ultima pagina lo sport. Nel 1958, l’anno del mio decimo compleanno, avevo finito di frequentare la quinta elementare, sezione A, presso l’Istituto dei Fratelli Cristiani, con Fratello Amedeo come maestro, ed ero stato da poco promosso in prima media. Fratello Amedeo, che era un bravissimo insegnante forse un po’ burbero ma tanto buono d’animo,  mi aveva dato i giusti stimoli (…sic!) perché imparassi a leggere con sicurezza.

Quarta fila in alto da sinistra : Gennaro Giglio, Piero Provenzano, Enrico De Fabianis, Pino Scuola, Eminian Alberto, Biagio Bonafede, Gianni Fakhouri, Giorgio Gasparri, Alojzy Wegrzynek

Terza fila da sinistra: Ennio Fortini, Vincenzo Minna, Emanuele Pani, Potito Colucelli, Stefano Cavazzini, Tonino Virone, Marcello Vacca, Giancarlo Biscari, Pierino Scarpellini (defunto)

Seconda fila da sinistra: Domenico Ernandes, Graziano Drago, Silvano Angelini, Guido Taliana, Carlo Dal Molin (defunto), Massimo De Paolis, Marcello Scerrino, Francesco Grasso, Vito Montalto

Prima fila da sinistra: Francesco Catalano, Giancarlo Della Valle,  Claudio Salvadori, Antonio Poma, Bartolo Carbone, Michelino Volteras, Giacomo Augugliaro, Claudio Romagnoli, Giacomo Anastasi e Fr. Amedeo  (Bartolomeo Cavaglià)

 

Generalmente dopo meno di un’ora di lettura perdevo la concentrazione e lentamente mi addormentavo, ma c’erano alcuni periodi in cui cercavo a tutti i costi di restare sveglio. Il motivo era che aspettavo con impazienza di ascoltare alla radio l’inizio della cronaca delle tappe del Giro d’Italia oppure del Tour de France. In casa avevamo una gigantesca radio ”Marelli” , color radica, che troneggiava in un angolo della mia camera, appoggiata su un solido tavolino.

 

Una Radiomarelli

 

L’accendevo, cercando di tenere il volume più basso possibile per non svegliare mia madre che riposava nella camera accanto. Giravo lentamente la manopola per trovare, fra le tante stazioni locali ed internazionali, quella italiana ad onde medie, che trasmetteva la cronaca della tappa. Non era facile sintonizzarsi subito, molte volte la calda voce del radiocronista italiano giungeva disturbata dalle fastidiose interferenze delle altre numerose stazioni.

Nel centro della mia camera il pavimento era stato rivestito per ragioni decorative di alcune piastrelle gialle e quadrate (venti per venti centimetri),  fissate in maniera da formare un anello rettangolare.  Utilizzavo questo rettangolo come uno pseudovelodromo su cui giocare, muovendo i tappi per le mie immaginarie sfide ciclistiche. Combinavo queste sfide scrivendo su ciascun tappo un nome preso in prestito tra i campioni del ciclismo internazionale e tra i corridori tripolini più conosciuti. Da una parte erano schierati Gaul, Nencini, Bobet, Riviere, Baldini, Anquetil, Bahamontes e dall’altra Rovecchio, Meilak, Cenghialta, Cason, Perrotta, Gobbi, Zintani.  I tappi, con i bordi zigrinati, erano quelli delle bottiglie delle bevande tripoline: Mirinda, Fanta, Sinalco, Kitti Cola, Pepsi Cola, Seven Up, Birra Oea.

Antonio Meilak

 

 

L’episodio che vi voglio raccontare  e di cui ricordo ancora bene la dinamica  accadeva in Corso Sicilia, vicino a casa mia in Via Camperio,  durante  uno di quei caldi pomeriggi estivi di cinquanta anni fa’, dopo aver ascoltato la radiocronaca di una tappa del Tour de France, dopo aver finito di giocare con i miei tappi  e dopo che ero già stato sotto doccia per rinfrescarmi. Erano circa le sei e trenta e faceva ancora caldo.  Mia madre si era accorta che mancava il pane per la cena e con ciò era sottinteso che era mia compito andarlo a comprare. Guardando l’orologio avevo calcolato di avere ancora a mia disposizione più di un’ora di tempo per fare la commissione e tornare a casa per l’ora di cena, prima che arrivasse mio padre dal lavoro. Compravamo il pane in un negozio di generi alimentari, che dava su Corso Sicilia, distante non più  di  200 metri in linea d’aria da casa mia. Il negozio era gestito da Giuseppe Moschetti, uno scapolo trentacinquenne, di origine calabrese. Accanto al suo negozio, proprio all’angolo di Corso Sicilia con Via Manfredo Camperio,  c’era il bar mescita di Michele Gaudio. Michele era emigrato in Libia negli anni ’20 ed aveva lasciato il suo paese natio in Calabria, in cerca di maggiori opportunità e  con il suo onesto lavoro si era formato una famiglia. Con  Michele era facile fare amicizia, era una persona semplice e buona.  Entravo spesso nel suo bar per comprarmi una fresca bottiglia di  “gazzosa”, una bibita incolore, simile all’acqua tonica, che a me piaceva molto per il suo gusto dolce e frizzante oppure per acquistare dei gustosissimi cioccolatini alla nocciola di forma rettangolare, rivestite di carta dorata con le figurine da collezione da attaccare all’album.  Altre volte quando il bar era vuoto mi fermavo solo  per scambiare due chiacchiere con lui. Il suo bar aveva un arredo modesto, ma curato. A tre metri dall’ingresso c’era un bancone che lo separava dal pubblico.  Sulle pareti dietro il bancone erano fissate al muro delle robuste scaffalature di legno, colme di bottiglie, divise ordinatamente per tipo. C’erano esposte diverse bottiglie  di vino,  birra, liquori con etichette colorate  e bibite di vari tipi.

 

Michele Gaudio

 

All’esterno del bar, dalla parte di Via Camperio, vicino alla fermata dell’autobus, c’era Giuma, un  giovane ragazzo libico alto e magro di circa quindici anni, che durante l’estate  si guadagnava da vivere abbrustolendo all’aperto, riparato da un ombrellone, pannocchie di mais, che i libici chiamavano  sbule. Giuma, come molti altri amici libici che abitavano nella nostra zona,  capiva e parlava l’italiano e mi era simpatico per il suo modo di fare e di sorridere. Stava seduto su un piccolo sgabello ed aveva accanto a sè una  “coffa”, una cesta dove teneva la sua scorta di pannocchie ancora da arrostire. I suoi arnesi da lavoro erano una grossa padella bucherellata, un po’ di carbonella, alcuni trucioli di legno, fiammiferi ed un secchio colmo d’acqua per pulirsi le mani. Abbrustolite le sbule, le avvolgeva dentro le foglie fresche della pannocchie per non scottarsi le mani e poi le vendeva al pubblico al prezzo di una piastra cadauna.

Dall’altro lato di Corso Sicilia, a circa cento metri dalla strada, c’erano ancora i vecchi binari inutilizzati della ferrovia che un tempo univano la stazione ferroviaria di Tripoli a quella di  Zuara. Quel pomeriggio Giuseppe Moschetti era seduto su una panca addossata al muro del suo negozio in attesa di clienti. Con lui, seduti sulla stessa panca, c’erano Corrado Salemi e Giacomo Cannucci. Conoscevo bene sia Corrado sia Giacomo, che abitavano entrambi in Via Camperio, quasi di fronte a casa mia. Corrado, appena sedicenne, frequentava l’Istituto Tecnico per geometri in Via Lazio ed era considerato un ottimo giocatore di pallacanestro, tanto che, pur così giovane, militava come titolare in una squadra tripolina di serie B.  I suoi compagni di squadra lo avevano soprannominato “Plastic” per la sua bravura nei rimbalzi sotto canestro.

 

Corrado Salemi

 

Giacomo Cannucci, quarantenne, originario della Sicilia, con la sua faccia cotta dal sole e dal mare, era un pescatore, ma lui si definiva un “tonnaroto”, cioè un pescatore di tonni. Aveva lavorato per vari anni alle dipendenze della contessa Ricotti, proprietaria della tonnara di Zavia, a quaranta chilometri ad ovest di Tripoli. Giacomo parlava spesso di tonni e di tonnare, con uno spiccato accento siciliano. Anche allora io avevo un grande interesse per gli argomenti di mare e, visto che mi era rimasto ancora un po’ di tempo a disposizione prima di tornare a casa per la cena, mi ero unito al gruppo per ascoltarlo mentre spiegava che cos’era la tonnara.

 

Giacomo Cannucci

 

Ho imparato da lui  che la tonnara non è altro che una rete per catturare i tonni, formata da tante camere, come un labirinto. Questa rete è fissata a dei manicotti di ancore galleggianti a forma cilindrica.  I tonni, una volta entrati dentro la rete, vanno istintivamente in cerca d'acque calde e più salate per riprodursi, passando da una camera all’altra, da cui non riescono a uscire,   fino ad arrivare nell’ultima camera , la famosa e spietata “ camera della morte”. Solo il “raìs”, il capo dei tonnaroti, può decidere quando è il momento  d’iniziare la mattanza e questo avviene  solo quando lui ritiene che l’ultima camera è abbastanza piena di tonni. Da quel momento la pesca ha inizio, i tonnaroti arpionano i tonni con uncini, caricandoli sulle loro imbarcazioni e il sangue dei tonni tinge di rosso tutto il  mare circostante. La parola mattanza  deriva dallo spagnolo “matanza”, che significa massacro.

 

Una mattanza

 

Giacomo, con una voce flemmatica e resa roca dal fumo delle sue sigarette, continuava a parlare di tonni mentre tutto attorno l’aria profumava del buon aroma del mais abbrustolito ed un pò bruciacchiato. Giuseppe Moschetti mi aveva già servito il filoncino di pane, che io tenevo in mano. Ogni tanto davo un’occhiata al mio orologio per controllare se  era giunta l’ora di tornarmene a casa. Era da poco passate le sette e nel bar di Michele stazionavano ancora alcuni avventori libici, che conversavano allegramente, brindando  a non so cosa con un bicchierino di “buha”, una bevanda alcolica simile all’anisetta, fatta a base di anice verde. Altri clienti tenevano in mano  bicchieri di vino o di  birra.

Il boom del petrolio libico era scoppiato solo da un paio di anni. Alcune compagnie petrolifere, in maggioranza americane, inglesi e francesi, che avevano iniziato a trivellare il petrolio dei loro giacimenti nel deserto libico, avevano aperto  per loro comodità  molti uffici amministrativi proprio nel centro di Tripoli. A quella ora in quella zona di Corso Sicilia c’era un discreto traffico formato per lo più da macchine dei dipendenti di queste compagnie petrolifere che usciti dai loro uffici del  centro città si dirigevano ad ovest, verso la zona verde di Giorginpopoli, dove la maggior parte aveva la propria dimora.  Il villaggio di Giorginpoli (il cui nome pare fosse stato dato dalla famiglia  italiana Giorgini, una delle prime a  giungere in Libia attorno al 1912), era una zona periferica di Tripoli che distava a circa 5 chilometri dal centro città. Con la nuova ricchezza economica derivata dalla scoperta del petrolio libico, Giorginpopoli si era ingrandita velocemente. Malgrado fosse carente di molte infrastrutture e molte strade non fossero state ancora  asfaltate, Giorginpopoli era diventata in poco tempo  una zona residenziale di lusso. Nel giro di poco tempo erano state costruite tante belle villette unifamiliari, tutte circondate dal proprio giardino. Il costo delle villette era salito in maniera così vertiginosa che solo le famiglie locali benestanti o quelle dei manager stranieri di queste compagnie petrolifere potevano permettersi.  

Giacomo era ancora intento a parlare di tonni, ma improvvisamente si era zittito e si era messo a guardare in direzione della strada. Anch’io, che davo le spalle alla strada, mi ero voltato incuriosito per capire il motivo della sua interruzione. Uno dei clienti che avevo visto brindare in precedenza, di corporatura media, dai capelli grigi, era appena uscito dal bar di Michele con passo barcollante e si era diretto sul bordo del marciapiede di Corso Sicilia come se volesse attraversare il viale per andare sul lato opposto verso la ferrovia. Questi camminava incerto sulle gambe, dando l’impressione di avere la mente annebbiata dall’alcool, forse per aver bevuto  qualche bicchierino di “buha” di troppo. Avventatamente, senza curarsi di guardare in entrambe le direzioni, aveva iniziato ad attraversare il viale in un punto in cui non c’erano strisce pedonali. Barcollando era arrivato al centro della strada, poi si era fermato indeciso se tornare indietro. Quell’attimo d'indecisione gli fu fatale!

 

L'incidente - all'incrocio tra Via Camperio e Corso Sicilia

 

In quel momento stava arrivando dal centro città una di quelle voluminose vetture americane, tipiche degli anni cinquanta, di color nero, che si dirigeva in direzione ovest verso Giorginpopoli. L’impatto tra la macchina ed il povero disgraziato era stato violento ed il conducente aveva cominciato a frenare solo dopo averlo investito. Il corpo si era sollevato in aria come un fuscello e si era accasciato inerte dieci metri più avanti sull’altro bordo dell’asfalto, sul lato della ferrovia. Giacomo Cannucci e Giuseppe Moschetti guardavano la scena sbigottiti;  Michele Gaudio, forse dopo aver sentito il colpo, era uscito dal bar insieme con alcuni avventori per vedere cos’era successo.  Io ero immobile, quasi paralizzato dalla paura. Era la prima volta che assistevo ad un incidente di quel tipo ed ero spaventato. Corrado Salemi, quasi d’impulso, insieme ad altri due avventori del bar,  si era messo  a correre verso quel corpo che giaceva ancora inerte sull'asfalto, forse nella speranza di poterlo soccorrere. La vettura nera, che aveva investito l’uomo, aveva rallentato la sua corsa e si era fermata un centinaio di metri più avanti. Un uomo tarchiato, di carnagione bianca, dai capelli chiari, tagliati corti, era sceso dall’auto, si era fermato, come atterrito da quello che era accaduto ed ancora indeciso su cosa fare. Probabilmente doveva essere un tecnico di una compagnia petrolifera straniera che, finito il suo orario di lavoro, si stava dirigendo nella sua casa a Giorginpopoli. Corrado era nel frattempo tornato da noi  e scuoteva mestamente la testa, facendoci capire che l’investito era già morto. Alcuni libici, che avevano assistito alla scena dell’incidente, si dirigevano vocianti e minacciosi verso l’investitore straniero, mentre altri, meno agitati, intervenivano in sua difesa per salvarlo da un probabile linciaggio.

Fortunatamente sul luogo dell’incidente era subito giunta una “land-rover” della polizia libica da cui erano scesi quattro poliziotti,  due di questi avevano preso in consegna l’investitore e lo scortavano sulla camionetta per interrogarlo. La sua unica scusante era che al momento dell’incidente aveva il sole contro. Un terzo poliziotto, con un fischietto, bloccava il traffico tanto che si erano formate due lunghe file di macchine in entrambi i sensi, mentre l’altro poliziotto aveva iniziato a fare la perizia dell’incidente misurando la lunghezza della traccia della frenata lasciata sull’asfalto dalle ruote della macchina investitrice. Intanto, a velocità sostenuta e a sirene spiegate, era giunta un’ambulanza e si era fermata vicino al corpo inanimato. Tre uomini erano scesi dal portellone posteriore, probabilmente due ausiliari ed un medico. Dopo la constatazione  del decesso, il corpo era stato adagiato su una lettiga  e fatto salire sull’ambulanza, che era poi ripartita lentamente e senza sirene. Io, ancora confuso e spaventato, guardavo la scena con il mio filoncino di pane sotto il braccio e  sentivo che qualcuno mi stava stringendo la mano. Era mia madre, che era accorsa, preoccupata per la  mia lunga  assenza e per aver visto dalla finestra di casa  tutta quella ressa di gente lungo il viale.  Il sole era quasi tramontato, visto che non c’era più niente da vedere la folla dei curiosi cominciava ormai a diradarsi. Giuseppe Moschetti era rientrato nel suo negozio, Michele era tornato dietro il bancone a servire i suoi clienti mentre altri avventori fuori dal bar continuavano a discutere animatamente sull’incidente. Giuma seguitava tranquillamente ad abbrustolire le sue sbule, Giacomo e Corrado, entrambi avviliti, rincasavano parlando a bassa  voce. Mia madre, ancora in silenzio, mi stringeva la  mano ed in fondo a Via Camperio vedevo mio padre che se ne tornava serenamente a casa dal lavoro con la sua bicicletta, probabilmente ignaro di quanto accaduto. Il giorno dopo  sulla pagina della cronaca del Giornale di Tripoli c’era l’articolo che si riferiva  a questo incidente e diceva che il libico deceduto, aveva 40 anni ed era padre di cinque figli mentre il conducente dell’auto, un ingegnere di una famosa compagnia petrolifera americana, era stato arrestato ed condotto, in attesa di giudizio, nel carcere di Castel Benito accanto all’aeroporto di Tripoli. Non sono mai riuscito a sapere quanto tempo quell’ingegnere americano rimase chiuso in cella prima di essere scarcerato e non so neppure come quei poveri ragazzi rimasti orfani riuscirono a cavarsela da soli.