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Intorno agli anni 1951, 1952 e 1953 una buona parte di noi , bambini e
bambine del Lido, frequentavamo un asilo, gestito dall'ordine delle
Suore Bianche, che si trovava a circa
cinque chilometri di distanza dalle nostre abitazioni, nella zona di
Giorginpopoli. La giovane e dinamica Suor Lanfranca, oltre ad essere la nostra brava insegnante,
guidava un pulmino azzurro scuro Volkswagen, con cui veniva a prenderci
per portarci a scuola. Alcuni dei nostri genitori ci accompagnavano a turno alla fermata
del pulmino,
all’incrocio di Sciara Camperio con Corso Sicilia. Noi, bambini piccoli in età da asilo, indossavamo come divisa un
grembiulino bianco ed in mano portavamo un piccolo panierino, in
vimini intrecciato, con dentro la nostra colazione, che consisteva in un panino
imbottito con affettati ed un frutto, una mela, una banana o un'arancia già
sbucciata. Stavamo lì, alla fermata, vivaci ed allegri ad aspettare in
trepida attesa l'arrivo del pulmino, contenti di poter ritornare
all'asilo ed iniziare una nuova giornata, carica di
emozioni e di cose nuove da apprendere. A Giorginpopoli, l'area dove sorgeva l'asilo
era formata da un ampio giardino, circondato da un muro alto, con
all'interno lungo il muro vari alberi di pino
marittimo e da un lato un grande albero di gelso. Accostata
al muro del recinto era stata scolpita una grotta dedicata alla
Madonna di Lourdes. Ad un lato del giardino era stato creato un recinto quadrato con
dentro tanta sabbia di mare dove i bambini più tranquilli giocavano
tra loro con palette e secchielli, mentre i più irrequieti
preferivano rincorrersi o lanciarsi dagli scivoli o farsi dondolare sulle
altalene. Lì vicino era stati ricavati anche un campo da
tennis ed uno da pallacanestro. Su un lato sorgeva un basso edificio
che comprendeva una chiesetta, due aule per l'insegnamento ed alcune
camere che servivano da dormitorio per le suore. Oltre a suor Lanfranca, c'era la
madre superiora suor Elvezia, suor Gabrielita e suor
Dionesita. Quest'ultima era brava nell'insegnare a creare col
polistirolo piccole composizioni floreali o le figure di Biancaneve
ed i sette nani che appendevamo al muro dopo che insieme le avevamo
colorate. Alcune mattine lei stessa, come mamma chioccia ed i suoi
piccoli pulcini, ci portava per una passeggiata nei campi
appena fuori dall'edificio dell'asilo. Camminando e cantando ci
indicava i nomi degli alberi lì intorno e delle piante della
macchia mediterranea. Mi ricordo che c'era una erba selvatica, di
cui non mi ricordo il nome, che produceva dei piccoli semi rotondi e
dolci, di un diametro che variava da dai 3 a 5 millimetri, che si
faceva a gara per raccogliere e mangiare. Inoltre era stata creata una associazione di scout che
insegnava agli ex alunni dell'asilo di accamparsi insieme,
a montare le tende, a preparare i sacchi a pelo per dormire e a fare
insieme le veglie, mentre suor Lanfranca, parcheggiato il suo
pulmino Wolksvagen azzurro scuro poco lontano dall'accampamento, col
suo sguardo tra il serio ed il faceto sorvegliava tutti. Il giorno
dopo bisognava riportare sul proprio diario il resoconto della
giornata precedente. Ogni tanto con noi c'era anche il buon
Padre Liberato che ogni domenica officiava la Santa Messa nella
piccola e sobria cappella unita alla struttura dell'asilo
Leggermente staccato, dall'edificio centrale c'era anche un piccolo
locale che veniva utilizzato come teatrino per le recite. Tutte le
prove di canto e delle recite avvenivano li dentro. Nella
ricorrenza delle feste della Mamma e del Papà, per Pasqua, per
Natale suor Lanfranca organizzava piccoli spettacoli, in cui quasi
tutti i bambini dell'asilo, diventano protagonisti, attori ed
attrici. Ovviamente a questi spettacoli partecipavano in massa tutti
i genitori ed i nonni. Alcuni bambini e bambine, selezionati per la
loro bella voce, tra cui le mie piccole cugine
Ninetta
e
Giovanna Salmeri,
oltre che a cantare sulla scena del teatrino facevano anche parte
del coro della messa.
Ora, a distanza di circa
cinquantacinque anni, ho in mano una foto di gruppo di quei miei compagni d'asilo
e tutti quei volti innocenti sembrano guardarmi e salutarmi.
Ricordo il nome di alcuni di loro: Emilio
e Tina Avola, Franca Annino, Romy Basile, Aurora Branciamore, Giulietto Chiarelli,
Gianfranco Ciancio, Aldo e Pinuccio D’Anna-Veri, Giovanna Marino,
Silvana Nobile, Carlo Scotuzzi e Rosaria Zocco Pisana.
Finite le
scuole, durante il mese di Luglio, Suor Lanfranca ci
trasportava col suo pulmino allo stabilimento balneare dei
Sulfurei per farci a trascorrere le nostre vacanze estive
all’interno della Colonia Marina. Tutti noi iniziavamo la giornata andando all'interno
delle Terme
di Zolfo, dove ci divertivamo a sguazzare dentro una grande vasca rettangolare, riempita di una
tiepida acqua di un colore biancastro. Inzuppati ed impregnati di un nauseante odore di zolfo, andavamo a
giocare in riva al mare con le nostre palette ed i nostri secchielli.
Poi facevamo
il nostro bagnetto nel mare sciaguattando e schizzandoci
l'acqua marina l'un con
l'altro mentre le suore, con lo sguardo attento ci sorvegliavano a qualche metro della battigia.
A volte anche le suore, ridacchiando, prendevano parte
ai nostri piccoli giochi e, entrando a mare fino al pelo delle
loro pallide ginocchia, si tenevano alzata la loro bianca
tonaca, con le mani, per non correre il rischio di bagnarsela.
Nel 1954 la scuola elementare del
nostro rione era ubicata in una zona tra il Lido ed i Sulfurei, dopo
la caserma militare libica. La nostra maestra era la signora
Luciani, che era una signora, con gli occhiali, di mezza età, brava
e paziente. Poiché non eravamo in molti a frequentare quella scuola
erano state allestite solo due classi , un gruppo comprendeva
i bambini più piccoli della prima e seconda classe elementare e
l’altra quelli della terza, quarta e quinta. Del periodo della prima
e seconda elementare ricordo chiaramente ancora un simpatico
episodio, che si ripeteva frequentemente. Durante l’ora di
ricreazione, io ed il mio compagno di banco, Renato Raciti, un
simpatico ragazzo, dal viso tondo ed abbronzato e dai capelli
biondi, ci scambiavamo le nostre colazioni. A me piaceva il
gusto rustico e sano del suo panino fatto di farina integrale
imbottito con un triangolo del formaggino Mio, mentre lui preferiva
il mio panino all’olio di farina bianca insaporito con il latte
condensato Nestlè, che mi preparava mia madre. Da allora non ho più
rivisto Renato e mi farebbe tanto piacere poterlo
reincontrare. Io ho frequentato solo i primi due anni di questa
scuola poiché i miei genitori avevano creduto più opportuno farmi
terminare le altre tre classi presso l’Istituto dei Fratelli
Cristiani di Via Mazzini. Grazie alla raccomandazione di un
conoscente di mio padre, il caposcalo dell'Alitalia di Tripoli, un certo Mario
Mazzocca, mi ero trovato iscritto alla terza elementare sez.A. Mio
padre aveva pagato una retta più costosa perchè frequentassi il semiconvitto. Restavo a pranzo nella mensa dei Fratelli ed il
pomeriggio facevo i compiti di casa con Fr. Felice nel doposcuola. Le cose
erano cominciate subito male per me. Dopo
essere stato considerato uno dei migliori, se non il migliore, della
classe dalla maestra Luciani nei primi due anni della scuola
elementare dei Sulfurei, ora nella terza
elementare di Fratel Felice, navigavo nella
mediocrità. Non mi applicavo più come prima, non stavo molto attento
in classe e Fratel Felice mi beccava molte
volte mentre ero disattento. Il più delle volte mi mandava in castigo fuori
dalla classe, nel corridoio. Dopo i continui, anche se giustificati
rimproveri nei miei confronti, la mia autostima si era alquanto ridotta. Continuavo a
studiare sempre meno. Lo stesso andazzo era proseguito nell'anno
successivo in quarta, e così in quinta elementare con
Fratel Amedeo come maestro. Mi sentivo giudicato da Fr. Amedeo alla stessa stregua di
Fratel
Felice, cioè male. Fratel Amedeo, durante l'ultimo trimestre del mio anno
scolastico di quinta elementare, aveva convocato mia madre per
dirle che il mio profitto a scuola lasciava a desiderare. Le aveva
fatto capire che per il mio futuro
sarebbe stato meglio se avessi imparato un mestiere e che le scuole
di avviamento professionale sarebbero state le più adeguate al mio
mediocre livello intellettuale. Per l'anno successivo, dopo l'esame di licenza di quinta elementare
i miei genitori, malgrado tutto, avrebbero voluto iscrivermi alla
prima media della scuola dei Fratelli Cristiani. Il direttore Fratel
Avventore aveva convocato i miei genitori per dir loro che la domanda di iscrizione
era stata respinta. Giustificava tale rifiuto, per il fatto che
erano obbligati a dare la precedenza ai ragazzi che risiedevano
nella zona
della scuola e che i miei voti dell'esame non erano
neppure arrivati alla media del sette. Devo comunque dire che, col sistema delle buone note,
durante quei tre anni trascorsi nelle scuole elementari dei Fratelli
Cristiani, ero riuscito sempre a classificarmi tra i primi
dieci della classe (su un totale di circa 26 ragazzi), e che col punteggio delle buone note,
come premio, potevo partecipare alle gite
scolastiche. Non ne ho persa nessuna. Si andava spesso a Leptis Magna,
e a a Sabratha, ma anche al Castello di Tripoli, alle cascate di
Sciar Sciara
o in varie aziende agricole italiane
sparse lunga la costa, sia ad est che ad ovest di Tripoli. Ricordo
che si partiva al mattino, abbastanza presto e che il raduno era
sulla via dove c'era al grande cancello verde, da dove si
accedeva al cortile dei Fratelli. Salivamo sui pullman, ognuno dei
quali conteneva una quarantina di ragazzi appartenenti a quattro
classi diverse. Giunti sul posto quando non si andava a visitare i
siti culturali romani ma le aziende agricole, la prima cosa che si faceva era di
organizzare una partitella di pallone tra le diverse classi.
Nel pomeriggio, dopo il picnic, si facevano le gare con i sacchi, il tiro alla fune,
la corsa on il cucchiaio e la pallina appesi in bocca, etc. Il
ritorno era generalmente al tramonto ed i cori di "Quel mazzolin di fiori" o "Nella vecchia
fattoria" rimbombavano felici dentro i pullman. Fra tutti quei miei ex compagni di scuola non
posso dimenticare ...(elenco da prendere dai numeri precedenti
dell'OASI). A undici anni compiuti i miei mi avevano iscritto alla
Scuola Media pubblica, il cui ingresso era Sciara Piemonte, la
strada che portava alla ghiacciaia. Tutto il
gruppo delle scuole pubbliche italiane di grado superiore alle
scuole elementari era ubicato in un'area compresa tra Sciara Piemonte
e Sciara Mizran. In quell'area, oltre alle scuole medie e all'avviamento professionale,
c'era il Liceo Dante Alighieri e
l'Istituto Tecnico per geometri e ragionieri, Guglielm Marconi.
Nelle scuole medie ho avuto come
professori di italiano e latino, Padre Chiara e la fiorentinissima
professoressa Messana, i professori di disegno Badalì e Pedalà, la
severissima professoressa di matematica,
Trovati, il
simpatico rofessore di
Educazione Fisica,
Clemente Migliore, il bravo professore d'arabo Pasquale
Scognamiglio ed il
Prof. Mahsen, che poi avevo ritrovato negli anni
successivi,
al Liceo.
Tra i
compagni di scuola delle
scuole medie ricordo alcuni nomi,
Angelo Alagna, Franco Burgio,
Domenico Cannavò, Giorgio Cinque, Marcello Clerici (deceduto), Rinaldo Costa, Mario Crocivera, Dabbush,
Antonio Celeste, D'Amore, Giuseppe D'Anna, Sergio De Leo, Emanuele
Di Dio,
Sergio Disco, Ennio Fortini, Gianfranco Frojo
(scomparso),
Antonello Lunetto, Ugo Sabatini,
Franco Santagati, Favara, Potito Colucelli,
Enrico De Fabianis, Gianfranco Ciancio, Umberto Dama, etc.
All'età di
quattordici anni, quando frequentavo il primo anno del Liceo, mi è
accaduto un episodio che per mia fortuna sono in grado ora di
raccontare. A questo proposito mia madre diceva che ero sopravvissuto grazie all'intercessione
di Santa Rita da Cascia, che lei aveva scelto come Santa
Protettrice e ed era soltanto grazie a Lei se io ero ancora vivo.
Rivedo ancora
una mattina grigia di marzo, usualmente andavo a scuola con la mia bicicletta
rossa ed aerodinamica Atala, col cambio
ed il manubrio stretto come si usava allora. Generalmente quando avevo
lezione di disegno con la professoressa Pedalà andavo a scuola con l'autobus,
per maggior comodità perchè la lezione di disegno esigeva di
conservare i fogli (cm 60 x40) dentro larga cartella rigida di
dimensioni simili, abbastanza ingombrante. Alcuni di questi fogli da disegno erano
importanti perchè facevano parte di una raccolta di disegni, che
portavamo a scuola per il compito in classe. Fare un buon disegno
voleva dire ottenere anche un buon voto. Proprio quella
mattina, dovevo utilizzare alcuni di quei disegni per un
compito in classe di disegno, che durava due ore ed iniziava alla
prima ora. Ero già in ritardo e avevo perso l'autobus che mi
avrebbe portato a scuola in orario. Di andare a piedi non se ne
parlava perchè sarei arrivato a scuola comunque in netto ritardo.
Senza farmi accorgere da mia madre, che me l'avrebbe sicuramente
impedito, non mi restava che inforcare la bicicletta e correre via
spedito ed arrivare in tempo senza a ricorrere alla fastidiosa
giustificazione dei genitori. L'intero cartella di cartone rigido
che conteneva i fogli da disegno era così larga che non mi stava
legata con un grosso elastico del piccolo portabagagli di dietro
della bicicletta. L'alternativa era di tenere la cartella in una
mano e usare l'altra mano per guidare la bicicletta. L'idea
all'inizio sembrava funzionare, perchè, con buona lena, ero
già arrivato in Corso Sicilia all'altezza di Sciara Dante, non
lontano dall'officina di mio padre, dove passavano i binari
ferroviari che deviavano verso la zona del porto. Proprio in quel
punto accanto a dove passavano questi binari, la pioggia aveva
scavato un piccolo avvallamento. La ruota anteriore della mia
bicicletta era andata a finire proprio in quel punto e la
bicicletta aveva avuto un piccolo scarto che io, con una mano sola,
non avevo saputo controllare. Avevo perso l'equilibrio ed ero
scivolato sull'asfalto insieme alla bicicletta. Alcuni testimoni
presenti alla scena avevano riferito che un grosso camion-piattina
che sopraggiungeva alle mie spalle, avendo visto in ritardo la mia
caduta non aveva fatto in tempo a frenare. La piattina aveva
proseguito la sua corsa stritolando la mia povera bicicletta,
passando sopra di me lasciandomi indenne. Io steso per terra tenevo
ancora stretta nella mia mano la cartella da disegno sana e
salva Tutto si era svolto in un baleno. Io mi ero
trovato per terra, circondato da varie persone che mi chiedevano
come mi sentivo. Dopo un pò era arrivato anche mio padre, forse
avvisato da qualcuno che mi aveva riconosciuto. Anche lui sconvolto
era venuto a sincerarsi sulle mie condizioni di salute. Vedendo che
fortunatamente me l'ero cavata solo con un lieve spavento aveva
deciso di portarmi comunque a scuola. Non mi ricordo come, ma
era arrivato in tempo per la seconda ora di disegno. Mio padre aveva
giustificato il mio ritardo ed io mi ero seduto al banco per
cominciare a disegnare. La professoressa Badalì aveva saputo del mio
incidente e vedendo che la mia mano era tremolante, mi aveva detto
di andare fuori in cortile a prendere un pò d'aria e che era
meglio di non continuare a disegnare perchè avrei soltanto rovinato
il mio disegno. Soltanto sedendomi in una panca del cortile e
riflettendo du quello che mi era successo
mi stavo rendendo conto di quanto
fossi stato fortunato. Il sole splendeva alto in un cielo azzurro e
sereno , gli uccelli cinguettavano felici sugli alberi, un odore di
pane fresco veniva da un forno arabo lì vicino, i miei genitori
erano vivi come me , la vita era bella ed io ero stato così
fortunato che non ero morto in quell'incidente e potevo ancora
godere di quelle gioie. Qualche giorno ero venuto a sapere che a
causa di quell'incidente l'autista della piattina aveva trascorso
qualche giorno in carcere. Sembra che la polizia locale avesse
appurato dalle tracce rilevate sull'asfalto lasciate dai
pneumatici della piattina che i freni avevano funzionato ben
poco. Non ricordo di essere stato mai risarcito per la mia
bicicletta completamente distrutta. A distanza di qualche mese,
nonostante mia madre fosse totalmente contraria alla cosa, mio padre
mi aveva comprato una Legnano rossa ancora più bella e fiammante
della prima, raccomandandomi di essere più prudente.
Professori del Liceo.
Matematica e Fisica : professoressa Capodanno (1° anno) professor Senna (2° anno) e professoressa Gilberti
( 3° e 4° anno). Italiano e Latino : professor Guma (1° anno),
professor Barocci (2° anno), professor Ugo Piscopo (3° e 4° anno).
Arabo : professor Pasquale Scognamiglio (1° e 2° anno) e professor Mahsen (3° e 4° anno). Disegno: professor Edison Taliana.
Inglese: professoressa Mazzoni (1° anno) professor Malatesta (2° anno), professoressa Pasqui
(3° e 4° anno). Geografia, Chimica e Scienze: professor Vincitorio.
Storia e Filosofia: professoressa Guma. Educazione Fisica:
professor Migliore e professor Gilberti (per gli amici "Gibi"). Religione: padre Valerio e padre Modesto.
Tra i compagni di scuola che hanno
frequentato insieme a me tutti i quattro anni del liceo scientifico
nella sezione A ricordo in ordine alfabetico Marcella Albanozzo, Guido Alverà
(deceduto), Antonio Andò, Fiorella
Barda, Paola Cavazzini, Anna Maria Chirchirillo, Paolo Colonna, Cristina Czelnik,
Corrado De Paolis, Gloria Fargion, Gianfranco Frojo (disperso), Valeria
Gadzinski, Livia Genah, Francesco Grasso, Raffaele Habib, Antonello
Lunetto, Lucrezia Macrina, Carla Malerba, Alessandra Mantegna, Vincenzo Minna,
Marisa Nannini, Mario Pelosi (con noi solo nell'ultimo anno), Eby
Raccah, Anna Scalia, Gabriella e Valeria Siclari, Alda ed Alessandra
Tussis, Roberto Vasta e Tonino Virone.
(Capitolo incompleto)
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